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Ricordo di Fabrizio de Andrè
Sabina Manchia

Ricordo di Fabrizio

Chissà cosa avebbe cantato in questo periodo. Chissà se ci avrebbe regalato un ritaglio di gioia in questi giorni con la sua poesia, con la delicatezza dei suoni che la sua voce e la sua chitarra riuscivano a creare. ....sono passati tre anni dalla scomparsa di Fabrizio de Andrè. La sua assenza è stata colmata dal suo ricordo, dal suo testamento musicale che non ha ancora perso la freschezza e la sincerità che l'ha sempre contraddistinto. Fabrizio è stato in grado di raccontarci la vita nella sua essenza. Ha raccontato spaccati della sua Genova e non solo, ha dipinto in musica affreschi di tutte quelle persone che con le proprie storie vivono ai margini di una società che li considera scomodi come sacchi d'immondizia da buttare via. Ha cantato la pace e l'atrocità della guerra; l'amore dei diversi; la miseria e la dignità. Tutto questo senza urlare, ma con la pacatezza e la profondità di una voce che ti s'imprime nella mente. Ha dimostrato come la forza della musica potesse travalicare ogni ostacolo, come la musica fosse bena altra cosa rispetto ad un piano di marketing ben riuscito. In realtà non sono mai stata una cultrice nel senso pieno del termine di de Andrè, ma ho sempre ammirato l'universalità delle sue parole, la coerenza che ha contraddistinto la sua vita. Poi sembrerà strano, ma il fatto che avesse deciso di vivere nella mia terra, beh, questo l'ha reso ancora più speciale. La Sardegna è sempre vista come una regione "stagionale" , bella d'estate; lontana anni luce da tutti i circuiti musicali, a parte per le importanti rassegne jazz, un isola spesso dimenticata. De Andrè aveva invece deciso di trovare rifugio in uno splendido posto della Gallura, di farsi abbracciare dalla natura e dalla sua bellezza autentica e sincera. Aveva deciso di continuare a vivere nella terra in cui aveva conosciuto l'orrore del sequestro,e ,nonostante questo, era riuscito a separare la follia della delinquenza dall'amore che i sardi hanno avuto ed hanno ancora per lui. Tutto questo era Fabrizio de Andrè. "ma senza che gli altri ne sappiano niente dimmi seenza un programma come ci si sente? Contiuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito farai l'amore per amore o per avercelo garantito. Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai, contiunerai a farti scegliere o finalmente sceglierai." da Verranno a chiederti del nostro amore
Salutoni, SABINA

 
 
 
Intervista a PINO DANIELE al Palastilo - Conegliano (TV) 29 Dicembre 2001
Moonline

UNA TESI SU PINO DANIELE ED IL CANTAUTORE NAPOLETANO INCONTRA LA LAUREANDA NEL BACKSTAGE

"Scusa Pino, ti posso intervistare? Mi sto laureando con una tesi che parla di te". A Pino Daniele piace l'idea e dopo aver detto "no" a una decina di giornalisti (mancava appena un'ora all'inizio del concerto al Palastilo di Conegliano) fa passare nel backstage una laureanda di Treviso. Lei è Sabrina Mazzer che a febbraio diventerà dottore in Lingue e Letterature straniere con 150 pagine di tesi sul "plurilinguismo nelle canzoni di Pino Daniele".
Ci ha sperato fino alla fine, inseguendo il cantante partenopeo per email. Ha comprato tutti i suoi dischi e da un anno scrive su Pino Daniele e sul suo modo di cantare, mix tra italiano, napoletano e inglese. Poi la notizia su un quotidiano locale: Pino Daniele si esibisce il 29 dicembre a Conegliano; unica tappa nel nord Italia, proprio la città di Sabrina. Così la studentessa ventottenne, iscritta all'Università di Udine dal '96, non perde tempo e contatta ConeglianoMusica, l'organizzatore della serata e il suo ufficio stampa. Si presenta al Palastilo alle sei (il concerto ha inizio alle 21,30) , parla con il manager di Pino e il cantante napoletano accetta: ok per l'intervista. "Ma è proprio vero? Sta succedendo proprio a me?" Sono i primi commenti di Sabrina, che intanto comincia ad avviarsi dietro il palco. Registratore e macchina fotografica. Le tremano le gambe e la voce, ma Pino la rassicura parlando per più di un quarto d'ora su Napoli, Stati Uniti e Italia. "Il mio non è proprio un inglese perfetto, più che altro canto lo slang che col blues ci sta bene - esordisce Pino Daniele - Come anche il mio napoletano, che ormai viene parlato solo dal popolino. Napoli e il napoletano si sono italianizzati. La gente ha perso la voglia di vedere Eduardo. Quando ho cominciato io con la musica i giovani parlavano un bel miscuglio di inglese e napoletano, ma i giovani cambiano ogni cinque anni, di generazione in generazione". E Pino Daniele a quale generazione appartiene? "Sono figlio anch'io del rock inglese e del blues, come anche della beat generation".
Sabrina finisce l'intervista e lascia il backstage col sorriso da guancia a guancia. Ma com'è Pino Daniele di persona? Te lo aspettavi così studiando i suoi testi? "Sì - risponde la studentessa - è proprio come me lo immaginavo. Dalle sue canzoni traspare il vero Pino. Lui esprime se stesso: uomo attaccato alla sua terra, al dialetto, alla cultura, alla gente". E come mai una tesi su Pino Daniele? "E' stata un'idea della prof. in dialettologia con la quale mi laureo. Si tratta di una tesi di ricerca sperimentale, che ho accettato perché mi sembrava un argomento interessante. Così ho cominciato ad analizzare le canzoni e soprattutto i testi di Pino Daniele (Yes, I know my way, Leave a message, Tell me now e tante altre). Ho cominciato ad apprezzare e ad appassionarmi a questo straordinario cantante e anche se non sono mai stata a Napoli è come se nell'ultimo anno ci avessi vissuto". E come la percepisci questa citta'? "Pino inizia con il blues proprio perché fa da specchio alla realtà napoletana. Neri d'America uguale napoletani? In un certo senso sì: dolore, nostalgia, il sentimento di patria, la disoccupazione. Questo si percepisce nelle canzoni di Pino, ma anche tanta emozione e amore. Non c'è assolutamente rabbia, ma sentimento forte di unione. Insomma: core de Napulè".
Sabrina è ritornata alla sua tesi con una registrazione in cassetta e una foto con Pino Daniele che presenterà alla commissione di Udine per la discussione della tesi a febbraio. In bocca al lupo.

 
 
 
MORGAN al Totem (Vicenza) 20 Dicembre 2001
Simone Davi
Dopo essere stato in un primo tempo rimandato a causa delle forti nevicate, giovedi 20 dicembre 2001, Morgan, il cantante dei Bluvertigo, si e' presentato da solo al pianoforte sul palco del Totem di Vicenza per oltre 2 ore di concerto con la coreografia di una serie di candelabri che ne hanno fatto risaltare il carattere intimistico della
serata. Il concerto ha visto la proposta di molte cover degli artisti cari a Morgan e di brani dei Bluvertigo alcuni dei quali mai ascoltati prima o raramente eseguiti dal vivo.
La serata, in seguito presentata come la prima e al momento unica data del Jukebox tour, si apre con "Shine on you crazy diamond" dei Pink Floyd e con gli echi dei migliori Cure nella splendida "Sotterraneo" che fanno subito intendere l'unicita' della serata.
Quindi la sanremese "L'assenzio" ed una cover di David Bowie "Five years" ci preparano ad un omaggio al grande Fabrizio De Andre': "Verranno a chiederti del nostro amore" che ricorda molto la storia di due estati fa tra Morgan e Asia Argento, anche lei presente in sala. Seguono 3 brani dei Bluvertigo: "Ebrezza totale", "I still love you" tra le piu' belle del repertorio e "Troppe emozioni".
Poi alle prime note di "Perfect day" di Lou Reed partono spontanei gli applausi del pubblico che viene poi accontentato anche nella richiesta di una canzone dei Depeche Mode con "A question of lust". A seguire "God" di John Lennon e un brano di Bach prima di suonare per la prima volta "Canzone per Natale" una canzone scritta da Morgan appena il giorno prima.
Morgan poi accontenta ancora le richieste con "Save a prayer" dei Duran Duran cantata in coro dal pubblico cosi come la seguente "Altre forme di vita" che stupisce eseguita al solo pianoforte e con una base ritmica appena accennata.
"Absolute beginners" di David Bowie e "Bohemian Rhapsody" dei Queen, come sempre, da brividi chiudono la prima parte del concerto.
Richiamato a gran voce sul palco, Morgan riparte con un'altra canzone di John Lennon: "Jealous guy" e quindi ancora a richiesta del pubblico "La comprensione", la bellissima "Complicita'" e un dolcissimo medley tra "I talk to the wind" dei King Crimson e "Cieli Neri". Per ultima, a sorpresa, la canzone le cui prime strofe gia' giravano per la testa dall'esecuzione di "I still love you" in poi ma di cui sfuggiva il titolo.
E' infatti l'esecuzione della splendida "Spazi illimiti" che suggella il concerto e con la quale, come nelle parole della canzone, Morgan fugge tra gli applausi.
In conclusione una grande serata che sara' a lungo difficile da scordare in un locale molto bello e che ha permesso di ascoltare molti brani che difficilmente si potranno sentire nelle tournée ufficiali dei Bluvertigo.
 
 
 
I DAMNED al Vidia (Cesena) 8 Dicembre 2001
Angela Zocco

I Damned sono una delle più famose punk-rock band inglesi. E detengono un primato: quello di avere dato alle stampe il primo singolo in assoluto ufficialmente definito e riconosciuto come "punk rock". Era il 1976 e le liriche parlavano di una nuova rosa in città: il punk, appunto. E fino a qui è storia. E tutti i rockettari del globo, indipendentemente dall’età, dovrebbero saperlo, o quanto meno dovrebbero conoscere il nome dei Damned. Formazione di quel singolo: Dave Vanian, il Vampiro, alla voce; Rat Scabies (il topo con la scabbia?) alla batteria; Captain Sensible al basso; Brian James alla chitarra. Ma era il 1976, 25 anni fa; bello o brutto che sia, è "passato" e di solito è meglio lasciare il passato al suo posto... di solito.

Non è il caso di intraprendere qualsiasi tipo di analisi musicale o sociologica sul punk, sono stati sprecati (veramente) litri e litri di inchiostro per questo e concentriamoci su quello che circa 500 persone hanno visto e sentito l’8 dicembre scorso al Vidia di Cesena che ha ospitato i Damned in tour di promozione del nuovo album… Nuovo album? In effetti sì, è uscito pochi mesi fa e si intitola "Grave Disorder", ed è, a tutti gli effetti, un album dei Damned, va specificato per due motivi: il primo è che l’album precedente, uscito nel ’98 in due edizioni con nomi diversi "I’m Alright Jack And The Bean Stalk" e "Not Of This Earth", non è neanche citato nella discografia ufficiale (della line-up originale erano presenti solo Dave Vanian e Rat Scabies, ma va menzionato che il basso era suonato dal bassista dei New Model Army e la chitarra dal chitarrista dei Godfathers); il secondo motivo è che vede il rientro in sala di incisione di Captain Sensible con i Damned, dai quali si era ufficialmente separato nel 1984. Ripercorrere le tappe della carriera musicale dei Damned è impresa lunga e complessa, costellata da dipartite, cambi nella formazione e concerti reunion a sorpresa in locali londinesi. Ma per avere un preciso ordine cronologico degli avvenimenti basta consultare il ricco e interessante sito all’indirizzo www.officialdamned.com, quello che conta è che la formazione che ha dato alle stampe questo quasi incredibile album (registrato negli States e uscito per l’etichetta Nitro, di proprietà del cantante degli Offspring) vede riuniti il duo storico Sensible-Vanian. Manca Rat Scabies, che per lungo tempo aveva tenuto insieme il nome dei Damned, ma non si può avere tutto. Questo album, per i pochi almeno in Italia che lo hanno ascoltato, è già un classico, in perfetta continuità stilistica e di qualità con le produzioni che hanno reso grandi i Damned ed è stato riconosciuto da tutta la critica specializzata sia americana che inglese come il loro migliore album da tempo, e il live lo ha dimostrato.

Ore 23.00: si allineano sul palco Cap. Sensible, Dave Vanian e Patricia Morrison (al basso). Primo pensiero e sospiro di sollievo: forma fisica perfetta (fa male vedere i propri idoli invecchiare..). Pantacalze e camicia maculate, collare di borchie al collo e capello corto decolorato per Cap: patetico attempato signore in odore di revival? Proprio per niente, è "solo" il chitarrista dei Damned. Altrettanto vale per Dave Vanian: è il Vampiro di sempre ed è come se avesse cantato al 100’s Club di Oxford Street l’altro ieri. E poi lei, la dark lady che ha suonato il basso in quella band che bisogna definire "seminale" dal nome Gun Club e che successivamente ha turbato i sogni di tutti i fans maschi dei Sisters of Mercy : oltre 40 anni, eyeliner nero, fondotinta bianco, capelli corvini: bellissima. Chiedo scusa al batterista Pinch e al tastierista Moxy Oron: sono bravi, sono necessari, ma sono un contorno. Il concerto inizia con la nuova "Democracy"; il secondo brano è un pugno nello stomaco: "New Rose". E’ lei, va fatta così. La suonano subito, per togliersi il peso, per evitare che qualcuno la richieda per tutto il concerto, peccato che uno skin-head in prima fila - che definire "poco attento" è un eufemismo - non se ne accorge neanche e continua a gridare "new rose" fino alla fine della serata… Ma da quel momento in poi si entra nel concerto: in poco più di un’ora si alternano brani storici (li fanno tutti, anche Eloise, e concludono il set con Smash It Up) e canzoni nuove (particolarmente bella Thrill Kill); peccato che l’impianto audio non renda giustizia, manca "la pacca"; le tastiere si sentono poco, e sono importanti. Capt. Sensible si esibisce in altrettanto classiche scenette che vanno dal suonare la chitarra con la lattina di birra a suonarla dietro la testa. Ma la cosa bella è che non c’è traccia di auto-celebrazione o di imitazione di un’epoca che fu. Non sono un gruppo "nuovo", e neanche di moda, non vogliono esserlo. E’ "solo" un bel concerto dei Damned ed è così che deve essere.

 
 
 
Freddie: Grazie!
Emanuele Tirelli

A quanti è capitato di ascoltare una canzone e di scoprire, in seguito, che era dei Queen? La loro musica è ovunque, film, programmi televisivi, pubblicità, eppure non si tratta affatto di una band "commerciale". Hanno sempre cantato quello che volevano e nel modo che più li ispirava, proponendo addirittura una "Bohemian Rhapsody" di sei minuti in un periodo in cui non erano ammissibili cose del genere per una band esordiente. Ma i Queen sarebbero stati così famosi ed acclamati se non ci fosse stato Freddie Mercury? Chi può dirlo! Ma, sinceramente, non si riesce nemmeno ad immaginarli senza di lui.

Un destino beffardo ce l’ha portato via il 24 novembre di dieci anni fa, sapeva di dover morire presto di AIDS e così è stato. Aveva ancora la voglia di cantare di quando aveva iniziato, e basta guardare qualche video o qualche intervista degli anni ’70 per notare come si conciava, però, come diceva lui stesso, "funzionava". Si è definito una "prostituta musicale" e forse, visto il modo in cui si offriva al pubblico, in cambio di tanto affetto e amore, lo era. Aveva una doppia personalità che lo portava ad essere abbastanza timido e "normale" nella vita privata, e a scatenarsi sul palco, dando ai suoi fan tutto se stesso (per questo motivo l’ha invidiato anche Kurt Cobain).

L’entusiasmo era il suo punto forte e nonostante Freddie avesse una voce non indifferente, il suo mito si è costruito intorno ad un uomo che con "tutto" se stesso è riuscito a far cantare a squarciagola interi stadi, a riempire i cuori di quanti ascoltano le sue parole e si emozionano ancora inserendo un cd dei Queen nel proprio lettore. Dal primo album "Queen" ad oggi questa band è riuscita a produrre un numero incredibile di hits, e nominare solo qualche pezzo non servirebbe a niente, anche se non credo esista qualcuno che non conosca anche solo una loro canzone. A distanza di dieci anni si parla ancora di Freddie Mercury, ma come si potrebbe non farlo? Forse la sua morte è servita a sensibilizzare il mondo nei confronti dell’AIDS, visto che è stata la prima star stroncata da questo male. Queste parole vogliono essere un omaggio al suo "essere", un "GRAZIE" alla sua musica, ma possiamo parlare davvero della sua "morte"? E’ stato e sarà sempre ’l’ultimo immortale’.

 
 
 
novembre 1971 - novembre 2001. A 30 anni dall'uscita di "Led Zeppelin IV"
Danilo Pellegrinelli

.L'album ha segnato senza dubbio la storia del rock. Dalla traccia indelebile di "Stairway to heaven", il brano + trasmesso dalle radio FM di tutto il mondo insieme a "Yesterday", fino ai riff di "Black Dog" e degli altri classici presenti nel disco che, anche a livello didattico, sono stati ripresi da una moltitudine di musicsti.
La magia di "Led Zeppelin IV" si perpetua nel tempo anche grazie ai 22 milioni di copie diffuse solo negli States che ne fanno il 4° album più venduto di sempre.
Il disco si apre con due pezzi graffianti: "Black dog" è uno dei brani più apprezzati degli Zep: è un rock elegante caratterizzato da un complesso arrangiamento, con ben quattro chitarre sovraincise nell'assolo; il pezzo che segue, "Rock and roll" è quello che dice il titolo: un genere musicale compresso in 3'40", una botta esplosiva già dall'inizio, con una possente introduzione di batteria che lascia spazio all'eccellente chitarra di Page accompagnata da un basso rotolante, al quale si aggiunge poi uno scoppiettante organo hammond, suonato dal "sesto esterno" dei Rolling Stones, Ian "Stu" Stewart. Il pezzo che segue riporta ad un'atmosfera decisamente folk: "The battle of Evermore" è una meravigliosa ballata per chitarra acustica e mandolino, cantata a due voci da Plant e da Sandy Denny, una folk-singer britannica: ciò che ne viene fuori è un vero capolavoro. E poi c'è la mitica "Stairway to Heaven", la punta di diamante del dirigibile, dell'intera discografia Zeppelin, la canzone che li ha consacrati a icona della storia del rock. La canzone nacque da una semplice progressione di chitarra ideata da Page, sviluppata poi da tutti e quattro i componenti, con l'ispirazione di Plant dovuta a certe pagine della letteratura celtica.
"Stairway to Heaven", La Canzone; una delle più belle canzoni del Secolo, è una perfetta fusione tra la ballata folk e il classico rock: l'inizio caratterizzato da una chitarra acustica e al magico flauto medievale, poi l'arpeggio più complesso e l'entrata in scena della batteria, che impone un ritmo più acceso e che lascia spazio all'esplosionre rock finale, con il visionario assolo di Jimmy Page sul potente tappeto batteristico di Bonzo e gli ultimi versi urlati da Plant, che sul finire riporta a quello stato di magica trance dell'inizio. I due brani sucessivi si riportano sulla strada del rock: "Misty mountain hop", il cui testo è ispirato al Signore degli anelli di Tolkien, ha un'aria informale, con i cori "ubriachi" accompagnati dal pianoforte elettrico-, più curata è invece "Four sticks", così chiamata per le quattro bacchette che usò Bonham per suonare il pezzo: la chitarra di Page disegna un'aria orientaleggiante ben inserita nella forte ritmica percussionistica di Bonham. La sucessiva "Going to California" è una godibile ballata acustica west coast , dal sound tipicamente country, sull'onda del terzo album. L'ultimo brano dell'album appartiene alla sfera del blues: "When the levee breaks" deriva da una composizione scritta nel 1929 da Menphis Minnie a New York. La caratteristica principale del pezzo è sicuramente la forte impronta batteristica creata da Bonzo con una particolare disposizione dei microfoni a Headley Grange, dove nacque il brano, nella quale ben si inseriscono i ricami della chitarra di Page e le note di armonica suonate da Plant.
Il quarto album dei Led Zeppelin uscì senza un titolo e senza alcun accenno agli autori del disco, fatta eccezione per i produttori: Jimmy Page e Peter Grant. Al posto dei loro nomi i quattro Led Zeppelin scelsero ognuno un simbolo che li potesse rappresentare sulla busta del disco. Viene spesso chiamato 'Untitled' (Senza Titolo), 'zoso' (dal simbolo scelto da Jimmy Page), 'Four Symbols' (Quattro Simboli).
Dice Jimmy Page: "Decidemmo che sul quarto album avremmo deliberatamente giocato a minimizzare il nome del gruppo, e che non ci sarebbe stata alcuna informazione sulla copertina esterna. Nomi, titoli e cose simili non significano nulla... Ciò che importa è la nostra musica. Decidemmo che ci saremmo affidati esclusivamente alla musica."
Per celebrarne il trentennale è stato ritenuto opportuno fondare, proprio in queste ultime settimane, il Led Zeppelin Fan Club italiano che già vanta circa 150 iscritti.
Tra gli obbiettivi immediati del club l'attivazione del sito
www.ledzeppelinclub.it a dicembre e la pubblicazione del numero 0 della fanzine che uscirà a gennaio 2002.

Il Presidente
Danilo Pellegrinelli.
http://it.clubs.yahoo.com/clubs/ledzeppelinclubinitaliano

 
 
 
Quando la musica può fare
Sabina Manchia

La grave crisi internazionale che stiamo vivendo sembra averci catapultato in un incubo da cui non ci risveglieremo troppo presto. Dal fatidico e tragico 11 Settembre 2001 le cose sono cambiate per molti. Non solo per famiglie delle 7000 vittime delle torri gemelle, non solo per il popolo americano, ma anche per tutti coloro che non hanno più la certezza e la sicurezza di vivere la propria quotidianità come fino ad ora avevano fatto.
Si ha la sensazione di non riuscire più a fare progetti, a darsi delle scadenze in attesa di una qualche notizia, di una qualche novità che possa far auspicare una svolta positiva in tutto questo grande caos.
Il mondo della musica nel frattempo si è già mobilitato. Lo ha fatto immediatamente senza perdere tempo. All’indomani della sciagura di New York e Washington è stata organizzata a tempo di record, con un pragmatismo, tipico degli americani, la serata tributo per i vigili del fuoco: una sorta di raccolta di beneficenza per le famiglie delle vittime. Il viaggio musicale della solidarietà ha avuto inizio da New York per approdare a Los Angeles e Londra e ha visto come protagonisti i più importanti esponenti della musica americana, ma non solo. Niente pubblico, niente applausi, niente proclami, ma solo il rispetto, la solidarietà e il suono delle note e delle voci di chi ha deciso di dare il proprio contributo: Bruce Sringsteen, Pearl Jam, Sting, e tanti altri hanno emozionato una nazione che cercava immediatamente di lavare e ricucire una ferita che ancora oggi non vuole smettere di sanguinare.
E ora a più di un mese dall’accaduto è già stato realizzato un brano "Going On", dove ancora una volta i soliti noti, Bono, Mike Stipe, Cristina Aguilera, Back Street Boys e tanti altri supportano con il loro nome e la loro voce un popolo, quello americano, che ha voglia di reagire e di rinascere.
La musica può quindi fare veramente qualcosa, come cantava tempo fa Max Gazzè, oppure è più realistico pensare, parafrasando Bennato, che in fin dei conti sono solo canzonette?
E’ accaduto più volte che la musica racchiudesse in sé una grande forza: la capacità di toccare gli animi, di emozionare. Era in grado, e in fin dei conti lo è ancora oggi, di aggregare le persone, di renderle un tutt’uno, un insieme in cui il confine tra l’Io e il Noi era praticamente invisibile e non necessario. Non sono mancate, in passato, situazioni di gravi crisi, di eventi bellici circoscritti che hanno mobilitato artisti e giovani, che attraverso la musica si sono fatti portavoce della protesta e del pacifismo, sentito quest’ultimo come un esigenza primaria e fondamentale per costruire un mondo più giusto.
Se Bob Dylan scioccava il pubblico con il realismo folk, Jimi Hendrix sconvolgeva le coscienze, facendo piombare, come a Woodstock, l’ascoltatore in una guerra resa virtuale da una chitarra che diventava una mitragliatrice. Un suono così lancinante e cosi realistico da fare rifiutare l’assurdità della guerra. Era il tempo del Vietnam, delle contestazioni giovanili, delle lotte per i diritti civili, che da Berkley , California, si erano sollevate per avere una eco al di là dei confini americani. E sempre negli States che un europeo come John Lennon si fece "promotore" di pace. Un visionario, considerato così da molti, che con i suoi bed-in, ha dato una scossa al rischio che la pace diventasse solo una parola d quattro lettere e non una particolare modo d’intendere la vita.
Questi sono solo alcuni esempi di coloro che hanno pensato che in fondo le "canzonette", potessero effettivamente essere occasione di riflessione e, in qualche modo, di speranza. Probabilmente accadrà ancora una volta che il mondo della musica, un "esercito" ricco, "schierato" in prima linea, possa dare un proprio contributo, un sollievo a un mondo ferito e in bilico. In fondo non è poi cosi difficile, basta ascoltare.

 
 
 
I Nirvana a dieci anni da "Nevermind"
Emanuele Tirelli

24 Settembre 2001, 10 anni fa nasceva il disco che ha cambiato la storia della musica, un album significativo, un gran scossone. "Nevermind" segna l’inizio del successo della scena musicale di Seattle, del giunge e dei Nirvana in tutto il mondo e nel tempo. Nessuno si sarebbe aspettato tanta verità, tanta schiettezza, tutto il tormento di una giovane vita, nelle parole, nel suono, nella voce di un ragazzo che solo qualche anno più tardi sarebbe morto suicida.
"Nevermind" viene ricordato come l’icona del grunge, come l’espressione più pura dello spirito dei Nirvana, ma la band di Kurt non è solo "Nevermind", ma anche "Beach", molto più grezzo e cupo; è anche "Incesticide", raccolta di b-sides dall’allegro spirito punk nella quale propongono anche pezzi dei Vaseline; è anche "In Utero" di Serve The Servants, Milk It e All Apologies; è,infine, l’Unplugged per Mtv nel quale il gruppo si trasforma e, in un’atmosfera raccolta e dai suoni puliti, propone pezzi storici del gruppo e molte cover: dai Vaseline ai Leadbelly passando per Bowie e i Meat Puppets.
I Nirvana furono e sono soprattutto Kurt Cobain, un ragazzo esile e stanco, i suoi occhi sempre di una tristezza disarmante, il suo cuore carico di rabbia, la sua vita breve.
Hanno avuto successo in tutto il mondo, hanno odiato essere un fenomeno di moda, hanno dato una botta al rock e continuano a farlo, sono stati attivi per poco, perché Kurt ha preferito "bruciare in fretta piuttosto che spegnersi lentamente".
Quando finalmente terminerà la battaglia legale tra la vedova Cobain (Courtney Love) e i superstiti Nirvana (Dave Grohl e Kris Novoselic) ,verrà pubblicata una raccolta di inediti, che comprenderà "You Know You’re Right" (l’ultimo brano registrato dai Nirvana), e potremmo provare ancora nuove, forti, emozioni.

 
     
 


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