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Avete
visto un concerto entusiasmante? Avete ascoltato
un disco che vi ha impressionato? Avete qualcosa
da dire sulla musica? Raccontatelo a noi e raccontatelo
agli altri! Scriveteci a roxy@roxyweb.it
(Solo una preghiera: siate brevi!)
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Ricordo
di Fabrizio de Andrè
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Sabina
Manchia |
Ricordo
di Fabrizio
Chissà cosa avebbe
cantato in questo periodo. Chissà se ci avrebbe
regalato un ritaglio di gioia in questi giorni con la
sua poesia, con la delicatezza dei suoni che la sua
voce e la sua chitarra riuscivano a creare. ....sono
passati tre anni dalla scomparsa di Fabrizio de Andrè.
La sua assenza è stata colmata dal suo ricordo,
dal suo testamento musicale che non ha ancora perso
la freschezza e la sincerità che l'ha sempre
contraddistinto. Fabrizio è stato in grado di
raccontarci la vita nella sua essenza. Ha raccontato
spaccati della sua Genova e non solo, ha dipinto in
musica affreschi di tutte quelle persone che con le
proprie storie vivono ai margini di una società
che li considera scomodi come sacchi d'immondizia da
buttare via. Ha cantato la pace e l'atrocità
della guerra; l'amore dei diversi; la miseria e la dignità.
Tutto questo senza urlare, ma con la pacatezza e la
profondità di una voce che ti s'imprime nella
mente. Ha dimostrato come la forza della musica potesse
travalicare ogni ostacolo, come la musica fosse bena
altra cosa rispetto ad un piano di marketing ben riuscito.
In realtà non sono mai stata una cultrice nel
senso pieno del termine di de Andrè, ma ho sempre
ammirato l'universalità delle sue parole, la
coerenza che ha contraddistinto la sua vita. Poi sembrerà
strano, ma il fatto che avesse deciso di vivere nella
mia terra, beh, questo l'ha reso ancora più speciale.
La Sardegna è sempre vista come una regione "stagionale"
, bella d'estate; lontana anni luce da tutti i circuiti
musicali, a parte per le importanti rassegne jazz, un
isola spesso dimenticata. De Andrè aveva invece
deciso di trovare rifugio in uno splendido posto della
Gallura, di farsi abbracciare dalla natura e dalla sua
bellezza autentica e sincera. Aveva deciso di continuare
a vivere nella terra in cui aveva conosciuto l'orrore
del sequestro,e ,nonostante questo, era riuscito a separare
la follia della delinquenza dall'amore che i sardi hanno
avuto ed hanno ancora per lui. Tutto questo era Fabrizio
de Andrè. "ma senza che gli altri ne
sappiano niente dimmi seenza un programma come ci si
sente? Contiuerai ad ammirarti tanto da volerti portare
al dito farai l'amore per amore o per avercelo garantito.
Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando
fiori o con un Casanova che ti promette di presentarti
ai genitori o resterai più semplicemente dove
un attimo vale un altro senza chiederti come mai, contiunerai
a farti scegliere o finalmente sceglierai."
da Verranno a chiederti del nostro amore
Salutoni, SABINA
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Intervista
a PINO DANIELE al Palastilo - Conegliano
(TV) 29 Dicembre 2001
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Moonline |
UNA
TESI SU PINO DANIELE ED IL CANTAUTORE NAPOLETANO INCONTRA
LA LAUREANDA NEL BACKSTAGE
"Scusa Pino, ti posso
intervistare? Mi sto laureando con una tesi che parla
di te". A Pino Daniele piace l'idea e dopo aver
detto "no" a una decina di giornalisti (mancava
appena un'ora all'inizio del concerto al Palastilo di
Conegliano) fa passare nel backstage una laureanda di
Treviso. Lei è Sabrina Mazzer che a febbraio
diventerà dottore in Lingue e Letterature straniere
con 150 pagine di tesi sul "plurilinguismo nelle
canzoni di Pino Daniele".
Ci ha sperato fino alla fine, inseguendo il cantante
partenopeo per email. Ha comprato tutti i suoi dischi
e da un anno scrive su Pino Daniele e sul suo modo di
cantare, mix tra italiano, napoletano e inglese. Poi
la notizia su un quotidiano locale: Pino Daniele si
esibisce il 29 dicembre a Conegliano; unica tappa nel
nord Italia, proprio la città di Sabrina. Così
la studentessa ventottenne, iscritta all'Università
di Udine dal '96, non perde tempo e contatta ConeglianoMusica,
l'organizzatore della serata e il suo ufficio stampa.
Si presenta al Palastilo alle sei (il concerto ha inizio
alle 21,30) , parla con il manager di Pino e il cantante
napoletano accetta: ok per l'intervista. "Ma è
proprio vero? Sta succedendo proprio a me?" Sono
i primi commenti di Sabrina, che intanto comincia ad
avviarsi dietro il palco. Registratore e macchina fotografica.
Le tremano le gambe e la voce, ma Pino la rassicura
parlando per più di un quarto d'ora su Napoli,
Stati Uniti e Italia. "Il mio non è proprio
un inglese perfetto, più che altro canto lo slang
che col blues ci sta bene - esordisce Pino Daniele -
Come anche il mio napoletano, che ormai viene parlato
solo dal popolino. Napoli e il napoletano si sono italianizzati.
La gente ha perso la voglia di vedere Eduardo. Quando
ho cominciato io con la musica i giovani parlavano un
bel miscuglio di inglese e napoletano, ma i giovani
cambiano ogni cinque anni, di generazione in generazione".
E Pino Daniele a quale generazione appartiene? "Sono
figlio anch'io del rock inglese e del blues, come anche
della beat generation".
Sabrina finisce l'intervista e lascia il backstage col
sorriso da guancia a guancia. Ma com'è Pino Daniele
di persona? Te lo aspettavi così studiando i
suoi testi? "Sì - risponde la studentessa
- è proprio come me lo immaginavo. Dalle sue
canzoni traspare il vero Pino. Lui esprime se stesso:
uomo attaccato alla sua terra, al dialetto, alla cultura,
alla gente". E come mai una tesi su Pino Daniele?
"E' stata un'idea della prof. in dialettologia
con la quale mi laureo. Si tratta di una tesi di ricerca
sperimentale, che ho accettato perché mi sembrava
un argomento interessante. Così ho cominciato
ad analizzare le canzoni e soprattutto i testi di Pino
Daniele (Yes, I know my way, Leave a message, Tell me
now e tante altre). Ho cominciato ad apprezzare e ad
appassionarmi a questo straordinario cantante e anche
se non sono mai stata a Napoli è come se nell'ultimo
anno ci avessi vissuto". E come la percepisci questa
citta'? "Pino inizia con il blues proprio perché
fa da specchio alla realtà napoletana. Neri d'America
uguale napoletani? In un certo senso sì: dolore,
nostalgia, il sentimento di patria, la disoccupazione.
Questo si percepisce nelle canzoni di Pino, ma anche
tanta emozione e amore. Non c'è assolutamente
rabbia, ma sentimento forte di unione. Insomma: core
de Napulè".
Sabrina è ritornata alla sua tesi con una registrazione
in cassetta e una foto con Pino Daniele che presenterà
alla commissione di Udine per la discussione della tesi
a febbraio. In bocca al lupo.
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MORGAN
al Totem (Vicenza) 20 Dicembre 2001
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Simone
Davi |
Dopo essere stato in un primo
tempo rimandato a causa delle forti nevicate, giovedi
20 dicembre 2001, Morgan, il cantante dei Bluvertigo,
si e' presentato da solo al pianoforte sul palco del Totem
di Vicenza per oltre 2 ore di concerto con la coreografia
di una serie di candelabri che ne hanno fatto risaltare
il carattere intimistico della
serata. Il concerto ha visto la proposta di molte cover
degli artisti cari a Morgan e di brani dei Bluvertigo
alcuni dei quali mai ascoltati prima o raramente eseguiti
dal vivo.
La serata, in seguito presentata come la prima e al momento
unica data del Jukebox tour, si apre con "Shine on
you crazy diamond" dei Pink Floyd e con gli echi
dei migliori Cure nella splendida "Sotterraneo"
che fanno subito intendere l'unicita' della serata.
Quindi la sanremese "L'assenzio" ed una cover
di David Bowie "Five years" ci preparano ad
un omaggio al grande Fabrizio De Andre': "Verranno
a chiederti del nostro amore" che ricorda molto la
storia di due estati fa tra Morgan e Asia Argento, anche
lei presente in sala. Seguono 3 brani dei Bluvertigo:
"Ebrezza totale", "I still love you"
tra le piu' belle del repertorio e "Troppe emozioni".
Poi alle prime note di "Perfect day" di Lou
Reed partono spontanei gli applausi del pubblico che viene
poi accontentato anche nella richiesta di una canzone
dei Depeche Mode con "A question of lust". A
seguire "God" di John Lennon e un brano di Bach
prima di suonare per la prima volta "Canzone per
Natale" una canzone scritta da Morgan appena il giorno
prima.
Morgan poi accontenta ancora le richieste con "Save
a prayer" dei Duran Duran cantata in coro dal pubblico
cosi come la seguente "Altre forme di vita"
che stupisce eseguita al solo pianoforte e con una base
ritmica appena accennata.
"Absolute beginners" di David Bowie e "Bohemian
Rhapsody" dei Queen, come sempre, da brividi chiudono
la prima parte del concerto.
Richiamato a gran voce sul palco, Morgan riparte con un'altra
canzone di John Lennon: "Jealous guy" e quindi
ancora a richiesta del pubblico "La comprensione",
la bellissima "Complicita'" e un dolcissimo
medley tra "I talk to the wind" dei King Crimson
e "Cieli Neri". Per ultima, a sorpresa, la canzone
le cui prime strofe gia' giravano per la testa dall'esecuzione
di "I still love you" in poi ma di cui sfuggiva
il titolo.
E' infatti l'esecuzione della splendida "Spazi illimiti"
che suggella il concerto e con la quale, come nelle parole
della canzone, Morgan fugge tra gli applausi.
In conclusione una grande serata che sara' a lungo difficile
da scordare in un locale molto bello e che ha permesso
di ascoltare molti brani che difficilmente si potranno
sentire nelle tournée ufficiali dei Bluvertigo. |
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I
DAMNED al Vidia (Cesena) 8 Dicembre 2001
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Angela
Zocco |
I Damned sono una delle
più famose punk-rock band inglesi. E detengono
un primato: quello di avere dato alle stampe il primo
singolo in assoluto ufficialmente definito e riconosciuto
come "punk rock". Era il 1976 e le liriche
parlavano di una nuova rosa in città:
il punk, appunto. E fino a qui è storia. E tutti
i rockettari del globo, indipendentemente dalletà,
dovrebbero saperlo, o quanto meno dovrebbero conoscere
il nome dei Damned. Formazione di quel singolo: Dave
Vanian, il Vampiro, alla voce; Rat Scabies (il topo
con la scabbia?) alla batteria; Captain Sensible al
basso; Brian James alla chitarra. Ma era il 1976, 25
anni fa; bello o brutto che sia, è "passato"
e di solito è meglio lasciare il passato al suo
posto... di solito.
Non
è il caso di intraprendere qualsiasi tipo di
analisi musicale o sociologica sul punk, sono stati
sprecati (veramente) litri e litri di inchiostro per
questo e concentriamoci su quello che circa 500 persone
hanno visto e sentito l8 dicembre scorso al Vidia
di Cesena che ha ospitato i Damned in tour di promozione
del nuovo album
Nuovo album? In effetti sì,
è uscito pochi mesi fa e si intitola "Grave
Disorder", ed è, a tutti gli effetti,
un album dei Damned, va specificato per due motivi:
il primo è che lalbum precedente, uscito
nel 98 in due edizioni con nomi diversi "Im
Alright Jack And The Bean Stalk" e "Not Of
This Earth", non è neanche citato nella
discografia ufficiale (della line-up originale erano
presenti solo Dave Vanian e Rat Scabies, ma va menzionato
che il basso era suonato dal bassista dei New Model
Army e la chitarra dal chitarrista dei Godfathers);
il secondo motivo è che vede il rientro in sala
di incisione di Captain Sensible con i Damned, dai quali
si era ufficialmente separato nel 1984. Ripercorrere
le tappe della carriera musicale dei Damned è
impresa lunga e complessa, costellata da dipartite,
cambi nella formazione e concerti reunion a sorpresa
in locali londinesi. Ma per avere un preciso ordine
cronologico degli avvenimenti basta consultare il ricco
e interessante sito allindirizzo www.officialdamned.com,
quello che conta è che la formazione che ha dato
alle stampe questo quasi incredibile album (registrato
negli States e uscito per letichetta Nitro, di
proprietà del cantante degli Offspring) vede
riuniti il duo storico Sensible-Vanian. Manca Rat Scabies,
che per lungo tempo aveva tenuto insieme il nome dei
Damned, ma non si può avere tutto. Questo album,
per i pochi almeno in Italia che lo hanno ascoltato,
è già un classico, in perfetta continuità
stilistica e di qualità con le produzioni che
hanno reso grandi i Damned ed è stato riconosciuto
da tutta la critica specializzata sia americana che
inglese come il loro migliore album da tempo, e il live
lo ha dimostrato.
Ore 23.00: si allineano
sul palco Cap. Sensible, Dave Vanian e Patricia Morrison
(al basso). Primo pensiero e sospiro di sollievo: forma
fisica perfetta (fa male vedere i propri idoli invecchiare..).
Pantacalze e camicia maculate, collare di borchie al
collo e capello corto decolorato per Cap: patetico attempato
signore in odore di revival? Proprio per niente, è
"solo" il chitarrista dei Damned. Altrettanto
vale per Dave Vanian: è il Vampiro di sempre
ed è come se avesse cantato al 100s Club
di Oxford Street laltro ieri. E poi lei, la dark
lady che ha suonato il basso in quella band che bisogna
definire "seminale" dal nome Gun Club e che
successivamente ha turbato i sogni di tutti i fans maschi
dei Sisters of Mercy : oltre 40 anni, eyeliner nero,
fondotinta bianco, capelli corvini: bellissima. Chiedo
scusa al batterista Pinch e al tastierista Moxy Oron:
sono bravi, sono necessari, ma sono un contorno. Il
concerto inizia con la nuova "Democracy";
il secondo brano è un pugno nello stomaco: "New
Rose". E lei, va fatta così. La suonano
subito, per togliersi il peso, per evitare che qualcuno
la richieda per tutto il concerto, peccato che uno skin-head
in prima fila - che definire "poco attento"
è un eufemismo - non se ne accorge neanche e
continua a gridare "new rose" fino alla fine
della serata
Ma da quel momento in poi si entra
nel concerto: in poco più di unora si alternano
brani storici (li fanno tutti, anche Eloise, e concludono
il set con Smash It Up) e canzoni nuove (particolarmente
bella Thrill Kill); peccato che limpianto audio
non renda giustizia, manca "la pacca"; le
tastiere si sentono poco, e sono importanti. Capt. Sensible
si esibisce in altrettanto classiche scenette che vanno
dal suonare la chitarra con la lattina di birra a suonarla
dietro la testa. Ma la cosa bella è che non cè
traccia di auto-celebrazione o di imitazione di unepoca
che fu. Non sono un gruppo "nuovo", e neanche
di moda, non vogliono esserlo. E "solo"
un bel concerto dei Damned ed è così che
deve essere.
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A
quanti è capitato di ascoltare una canzone e
di scoprire, in seguito, che era dei Queen? La loro
musica è ovunque, film, programmi televisivi,
pubblicità, eppure non si tratta affatto di una
band "commerciale". Hanno sempre cantato quello
che volevano e nel modo che più li ispirava,
proponendo addirittura una "Bohemian Rhapsody"
di sei minuti in un periodo in cui non erano ammissibili
cose del genere per una band esordiente. Ma i Queen
sarebbero stati così famosi ed acclamati se non
ci fosse stato Freddie Mercury? Chi può dirlo!
Ma, sinceramente, non si riesce nemmeno ad immaginarli
senza di lui.
Un destino beffardo ce lha portato via il 24
novembre di dieci anni fa, sapeva di dover morire presto
di AIDS e così è stato. Aveva ancora la
voglia di cantare di quando aveva iniziato, e basta
guardare qualche video o qualche intervista degli anni
70 per notare come si conciava, però, come
diceva lui stesso, "funzionava". Si è
definito una "prostituta musicale" e forse,
visto il modo in cui si offriva al pubblico, in cambio
di tanto affetto e amore, lo era. Aveva una doppia personalità
che lo portava ad essere abbastanza timido e "normale"
nella vita privata, e a scatenarsi sul palco, dando
ai suoi fan tutto se stesso (per questo motivo lha
invidiato anche Kurt Cobain).
Lentusiasmo era il suo punto forte e nonostante
Freddie avesse una voce non indifferente, il suo mito
si è costruito intorno ad un uomo che con "tutto"
se stesso è riuscito a far cantare a squarciagola
interi stadi, a riempire i cuori di quanti ascoltano
le sue parole e si emozionano ancora inserendo un cd
dei Queen nel proprio lettore. Dal primo album "Queen"
ad oggi questa band è riuscita a produrre un
numero incredibile di hits, e nominare solo qualche
pezzo non servirebbe a niente, anche se non credo esista
qualcuno che non conosca anche solo una loro canzone.
A distanza di dieci anni si parla ancora di Freddie
Mercury, ma come si potrebbe non farlo? Forse la sua
morte è servita a sensibilizzare il mondo nei
confronti dellAIDS, visto che è stata la
prima star stroncata da questo male. Queste parole vogliono
essere un omaggio al suo "essere", un "GRAZIE"
alla sua musica, ma possiamo parlare davvero della sua
"morte"? E stato e sarà sempre
lultimo immortale.
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novembre
1971 - novembre 2001. A 30 anni dall'uscita
di "Led Zeppelin IV"
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Danilo
Pellegrinelli |
.L'album
ha segnato senza dubbio la storia del rock. Dalla traccia
indelebile di "Stairway to heaven", il brano + trasmesso
dalle radio FM di tutto il mondo insieme a "Yesterday",
fino ai riff di "Black Dog" e degli altri classici presenti
nel disco che, anche a livello didattico, sono stati
ripresi da una moltitudine di musicsti.
La magia di "Led Zeppelin IV" si perpetua nel tempo
anche grazie ai 22 milioni di copie diffuse solo negli
States che ne fanno il 4° album più venduto
di sempre.
Il disco si apre con due pezzi graffianti: "Black dog"
è uno dei brani più apprezzati degli Zep:
è un rock elegante caratterizzato da un complesso
arrangiamento, con ben quattro chitarre sovraincise
nell'assolo; il pezzo che segue, "Rock and roll" è
quello che dice il titolo: un genere musicale compresso
in 3'40", una botta esplosiva già dall'inizio,
con una possente introduzione di batteria che lascia
spazio all'eccellente chitarra di Page accompagnata
da un basso rotolante, al quale si aggiunge poi uno
scoppiettante organo hammond, suonato dal "sesto esterno"
dei Rolling Stones, Ian "Stu" Stewart. Il pezzo che
segue riporta ad un'atmosfera decisamente folk: "The
battle of Evermore" è una meravigliosa ballata
per chitarra acustica e mandolino, cantata a due voci
da Plant e da Sandy Denny, una folk-singer britannica:
ciò che ne viene fuori è un vero capolavoro.
E poi c'è la mitica "Stairway to Heaven", la
punta di diamante del dirigibile, dell'intera discografia
Zeppelin, la canzone che li ha consacrati a icona della
storia del rock. La canzone nacque da una semplice progressione
di chitarra ideata da Page, sviluppata poi da tutti
e quattro i componenti, con l'ispirazione di Plant dovuta
a certe pagine della letteratura celtica.
"Stairway to Heaven", La Canzone; una delle più
belle canzoni del Secolo, è una perfetta fusione
tra la ballata folk e il classico rock: l'inizio caratterizzato
da una chitarra acustica e al magico flauto medievale,
poi l'arpeggio più complesso e l'entrata in scena
della batteria, che impone un ritmo più acceso
e che lascia spazio all'esplosionre rock finale, con
il visionario assolo di Jimmy Page sul potente tappeto
batteristico di Bonzo e gli ultimi versi urlati da Plant,
che sul finire riporta a quello stato di magica trance
dell'inizio. I due brani sucessivi si riportano sulla
strada del rock: "Misty mountain hop", il cui testo
è ispirato al Signore degli anelli di Tolkien,
ha un'aria informale, con i cori "ubriachi" accompagnati
dal pianoforte elettrico-, più curata è
invece "Four sticks", così chiamata per le quattro
bacchette che usò Bonham per suonare il pezzo:
la chitarra di Page disegna un'aria orientaleggiante
ben inserita nella forte ritmica percussionistica di
Bonham. La sucessiva "Going to California" è
una godibile ballata acustica west coast , dal
sound tipicamente country, sull'onda del terzo album.
L'ultimo brano dell'album appartiene alla sfera del
blues: "When the levee breaks" deriva da una composizione
scritta nel 1929 da Menphis Minnie a New York. La caratteristica
principale del pezzo è sicuramente la forte impronta
batteristica creata da Bonzo con una particolare disposizione
dei microfoni a Headley Grange, dove nacque il brano,
nella quale ben si inseriscono i ricami della chitarra
di Page e le note di armonica suonate da Plant.
Il quarto album dei Led Zeppelin uscì senza un
titolo e senza alcun accenno agli autori del disco,
fatta eccezione per i produttori: Jimmy Page e Peter
Grant. Al posto dei loro nomi i quattro Led Zeppelin
scelsero ognuno un simbolo che li potesse rappresentare
sulla busta del disco. Viene spesso chiamato 'Untitled'
(Senza Titolo), 'zoso' (dal simbolo scelto da Jimmy
Page), 'Four Symbols' (Quattro Simboli).
Dice Jimmy Page: "Decidemmo che sul quarto album
avremmo deliberatamente giocato a minimizzare il nome
del gruppo, e che non ci sarebbe stata alcuna informazione
sulla copertina esterna. Nomi, titoli e cose simili
non significano nulla... Ciò che importa è
la nostra musica. Decidemmo che ci saremmo affidati
esclusivamente alla musica."
Per celebrarne il trentennale è stato ritenuto
opportuno fondare, proprio in queste ultime settimane,
il Led Zeppelin Fan Club italiano che già vanta
circa 150 iscritti.
Tra gli obbiettivi immediati del club l'attivazione
del sito www.ledzeppelinclub.it
a dicembre
e la pubblicazione del numero 0 della fanzine che uscirà
a gennaio 2002.
Il
Presidente
Danilo Pellegrinelli.
http://it.clubs.yahoo.com/clubs/ledzeppelinclubinitaliano
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Quando
la musica può fare
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Sabina
Manchia |
La
grave crisi internazionale che stiamo vivendo sembra
averci catapultato in un incubo da cui non ci risveglieremo
troppo presto. Dal fatidico e tragico 11 Settembre 2001
le cose sono cambiate per molti. Non solo per famiglie
delle 7000 vittime delle torri gemelle, non solo per
il popolo americano, ma anche per tutti coloro che non
hanno più la certezza e la sicurezza di vivere
la propria quotidianità come fino ad ora avevano
fatto.
Si
ha la sensazione di non riuscire più a fare progetti,
a darsi delle scadenze in attesa di una qualche notizia,
di una qualche novità che possa far auspicare
una svolta positiva in tutto questo grande caos.
Il
mondo della musica nel frattempo si è già
mobilitato. Lo ha fatto immediatamente senza perdere
tempo. Allindomani della sciagura di New York
e Washington è stata organizzata a tempo di record,
con un pragmatismo, tipico degli americani, la serata
tributo per i vigili del fuoco: una sorta di raccolta
di beneficenza per le famiglie delle vittime. Il viaggio
musicale della solidarietà ha avuto inizio da
New York per approdare a Los Angeles e Londra e ha visto
come protagonisti i più importanti esponenti
della musica americana, ma non solo. Niente pubblico,
niente applausi, niente proclami, ma solo il rispetto,
la solidarietà e il suono delle note e delle
voci di chi ha deciso di dare il proprio contributo:
Bruce Sringsteen, Pearl Jam, Sting, e tanti altri hanno
emozionato una nazione che cercava immediatamente di
lavare e ricucire una ferita che ancora oggi non vuole
smettere di sanguinare.
E
ora a più di un mese dallaccaduto è
già stato realizzato un brano "Going On",
dove ancora una volta i soliti noti, Bono, Mike Stipe,
Cristina Aguilera, Back Street Boys e tanti altri supportano
con il loro nome e la loro voce un popolo, quello americano,
che ha voglia di reagire e di rinascere.
La
musica può quindi fare veramente qualcosa, come
cantava tempo fa Max Gazzè, oppure è più
realistico pensare, parafrasando Bennato, che in fin
dei conti sono solo canzonette?
E
accaduto più volte che la musica racchiudesse
in sé una grande forza: la capacità di
toccare gli animi, di emozionare. Era in grado, e in
fin dei conti lo è ancora oggi, di aggregare
le persone, di renderle un tuttuno, un insieme
in cui il confine tra lIo e il Noi era praticamente
invisibile e non necessario. Non sono mancate, in passato,
situazioni di gravi crisi, di eventi bellici circoscritti
che hanno mobilitato artisti e giovani, che attraverso
la musica si sono fatti portavoce della protesta e del
pacifismo, sentito questultimo come un esigenza
primaria e fondamentale per costruire un mondo più
giusto.
Se
Bob Dylan scioccava il pubblico con il realismo folk,
Jimi Hendrix sconvolgeva le coscienze, facendo piombare,
come a Woodstock, lascoltatore in una guerra resa
virtuale da una chitarra che diventava una mitragliatrice.
Un suono così lancinante e cosi realistico da
fare rifiutare lassurdità della guerra.
Era il tempo del Vietnam, delle contestazioni giovanili,
delle lotte per i diritti civili, che da Berkley , California,
si erano sollevate per avere una eco al di là
dei confini americani. E sempre negli States che un
europeo come John Lennon si fece "promotore"
di pace. Un visionario, considerato così da molti,
che con i suoi bed-in, ha dato una scossa al rischio
che la pace diventasse solo una parola d quattro lettere
e non una particolare modo dintendere la vita.
Questi
sono solo alcuni esempi di coloro che hanno pensato
che in fondo le "canzonette", potessero effettivamente
essere occasione di riflessione e, in qualche modo,
di speranza. Probabilmente accadrà ancora una
volta che il mondo della musica, un "esercito"
ricco, "schierato" in prima linea, possa dare
un proprio contributo, un sollievo a un mondo ferito
e in bilico. In fondo non è poi cosi difficile,
basta ascoltare.
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I
Nirvana a dieci anni da "Nevermind"
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Emanuele
Tirelli |
24
Settembre 2001, 10 anni fa nasceva il disco che ha cambiato
la storia della musica, un album significativo, un gran
scossone. "Nevermind" segna linizio del successo
della scena musicale di Seattle, del giunge e dei Nirvana
in tutto il mondo e nel tempo. Nessuno si sarebbe aspettato
tanta verità, tanta schiettezza, tutto il tormento
di una giovane vita, nelle parole, nel suono, nella
voce di un ragazzo che solo qualche anno più
tardi sarebbe morto suicida.
"Nevermind" viene ricordato come licona del grunge,
come lespressione più pura dello spirito
dei Nirvana, ma la band di Kurt non è solo "Nevermind",
ma anche "Beach", molto più grezzo
e cupo; è anche "Incesticide", raccolta
di b-sides dallallegro spirito punk nella quale
propongono anche pezzi dei Vaseline; è anche
"In Utero" di Serve The Servants, Milk It
e All Apologies; è,infine, lUnplugged per
Mtv nel quale il gruppo si trasforma e, in unatmosfera
raccolta e dai suoni puliti, propone pezzi storici del
gruppo e molte cover: dai Vaseline ai Leadbelly passando
per Bowie e i Meat Puppets.
I
Nirvana furono e sono soprattutto Kurt Cobain, un ragazzo
esile e stanco, i suoi occhi sempre di una tristezza
disarmante, il suo cuore carico di rabbia, la sua vita
breve.
Hanno
avuto successo in tutto il mondo, hanno odiato essere
un fenomeno di moda, hanno dato una botta al rock e
continuano a farlo, sono stati attivi per poco, perché
Kurt ha preferito "bruciare in fretta piuttosto
che spegnersi lentamente".
Quando
finalmente terminerà la battaglia legale tra
la vedova Cobain (Courtney Love) e i superstiti Nirvana
(Dave Grohl e Kris Novoselic) ,verrà pubblicata
una raccolta di inediti, che comprenderà "You
Know Youre Right" (lultimo brano registrato
dai Nirvana), e potremmo provare ancora nuove, forti,
emozioni.
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